Recensioni e Segnalazioni
Memorie dal fronte
Memorie dal fronte. Grande Guerra 1915-1918, di Giacomo Edoardo Cerutti Nel manoscritto Il Guerriero, messo in bella copia nel 1925, ma frutto di precedenti appunti, è descritto un periodo di circa dieci mesi, dal novembre 1916 alla fine agosto 1917: il titolo apposto sottende una certa autoironia perché Giacomo Edoardo Cerutti non fu certo un interventista, pur facendo seriamente il suo rischioso dovere.
Egli non era interessato alla strategia complessiva del Regio Esercito e dei reparti cui era assegnato, ma osservava l’ambiente fisico, le particolarità dei luoghi in cui si trovava, gli approntamenti difensivi messi in atto, il carattere delle persone e dei commilitoni e il loro modo di rapportarsi alla guerra, dal fante spaurito appena arrivato in zona di guerra all’alpino abbruttito dalla lunga permanenza nelle postazioni avanzate.
Cita del Comando Supremo, oltre ovviamente Cadorna, il generale Luigi Capello, conterraneo di Intra, a capo della 2ª Armata, con un veritiero commento: gli uomini non contano più che materiale e non sono generali ricordati quelli che, nel loro attivo, non contano che qualche inutile macello.
Edoardo giunge quindi, alla fine del secondo anno di guerra (novembre 1916), nella media Valsugana, a Selva di Grigno, con una tradotta del Battaglione Intra proveniente da Torino e dagli altri centri di istruzione del 4° Alpini: egli è in questo momento caporal maggiore.
La Valsugana fu un settore particolare del conflitto: già territorio fortificato appartenente all'Austria, Grigno che è a metà strada tra Borgo Valsugana e Primolano sotto gli strapiombi dell’Ortigara e dei Castelloni di San Marco, cambia più volte padrone; già presidiato all’inizio della guerra dal Regiment Trient e dai Landesschützen, poi nel 1915 dal Regio Esercito, nel 1916 la situazione si modifica con la Strafenexpedition, poi è riconquistato dal Battaglione Feltre, ma dopo Caporetto nel novembre 1917 finisce di nuovo in mano austriaca fino alla fine della suerra.
Il battesimo del fuoco in quella zona non fu certo per Edoardo cosa da poco: i nomi delle località da lui citate, situate nel risvolto dell’Altopiano, sono tragicamente note ai libri di storia e agli elenchi dei caduti: qui la guerra si mostra nella sua veste cruda con rapimenti di vedette che invocano la mamma, feriti e morti che scuotono la pietas del Nostro. E in più non è solo il duello delle artiglierie sopra la testa e la vista continua dei cadaveri a farlo soffrire perché ci si mettono anche dei prepotenti, tipo quel sergente scurrile cha gli fa prendere la decisione di partecipare al corso ufficiali, per il quale aveva titoli (liceo classico) e capacità, cosa che del resto più volte gli amici gli avevano consigliato.
La scuola che frequenta a partire dal febbraio 1917 è a San Giacomo di Lusiana nel basso vicentino: da qui Edoardo esce a maggio. A seguito di successivi addestramenti a Brescia e a Torino viene nominato aspirante ufficiale mitragliere St. Étienne, come del resto lo era lo scrittore milanese Carlo Emilio Gadda (1893-1973), già alpino del 5° Reggimento. Bisogna sottolineare l’importanza di questa arma che fu decisiva in quella guerra di posizione che fu il primo conflitto mondiale presso tutti i cobelligeranti, arma per eccellenza totalmente integrata nelle operazioni della fanteria.
Per il suo delicato funzionamento, la St. Étienne mod. 1907, avanzata meccanicamente per il pistone a recupero di gas e raffreddamento ad aria, era stata sostituita in Francia nel corso della guerra (1916) con la Hotchkiss 1914 e consegnata gradatamente all’alleato italiano che già utilizzava la Fiat-Revelli 1914, raffreddata ad acqua; di fronte a loro erano in servizio presso le truppe austro-ungariche le robuste Schwarzlose.
Per questa particolare specializzazione Egli aveva dovuto abbandonare il Battaglione Intra, la prima sposa che ritroverà alla fine del conflitto quando, a congedo ritardato perché ufficiale, nel 1919, presterà servizio nella Caserma di Intra.
Divenuto capo sezione mitragliatrici con due armi e otto uomini, era assegnato alla 180ª Compagnia St. Étienne, che era come di consuetudine in appoggio a Brigate di fanteria, prima in un settore tranquillo in Val Grana, lui alpino tra la meraviglia dei soldati napoletani, ma poi, come Edoardo esplicitamente desiderava, pure non essendo un guerrafondaio, venne trasferito, ormai sottotenente, sul fronte caldissimo e pericolosissimo del Carso e della Bainsizza fino alla terribile Undicesima Battaglia dell’Isonzo (17-31 agosto 1917).
Per la loro presenza nei nomi di alcune doline vengono citate alcune Brigate di Fanteria che fecero parte del settore dove combatteva Edoardo: la Brigata Lecce (Reggimenti 265-266), la Brigata Lombardia (Reggimenti 73-74), la Brigata Pallanza (Reggimenti 249-250) e durante l’ultima fase, quella più cruenta della Battaglia, le Brigate Pinerolo (Reggimenti 13-14) e Piacenza (Reggimenti 111-112).
Esplicitamente non dice a quale Reggimento fosse aggregato con le sue mitragliatrici ma così si esprime: Certamente gli ufficiali di quel mio reggimento nulla avevano da invidiare degli ufficiali alpini: ospitali, generosi, instancabili senza posa, amantissimi del soldato, non politicanti, sempre allegri, non schiva trincee.
L'ultima parte del diario si conclude appunto con gli assalti dei fanti a Castagnevizza e Opacchiasella, estremo punto a oriente dell'avanzata italiana, oggi in territorio sloveno coi nomi rispettivamente di Kostanjevica e di Opatje Selo.
Per questa operazione dell’Undicesima, Cadorna aveva schierato contro Boroevic von Bojna una forza di 600 battaglioni e 5200 cannoni.
Servì a poco questa vittoria tattica: le malelingue parlarono allora di una avanzata di centimetri, costata decine di migliaia di morti, confermata da Edoardo che dice essere stati quelli passi da lumaca o da gambero, con episodi drammatici riferiti da lui come l’ordine di sparare contro i nostri soldati che fossero indietreggiati.
E dopo tre mesi, Caporetto cancellò tutto il modesto vantaggio e ci volle un altro anno di guerra.
In questo frangente giunge anche un ferale messaggio: il compaesano Giovanni Guglielminetti, fratello della Celestina, tenente di artiglieria, è deceduto!
Notizia per fortuna poi smentita dai fatti perché il geometra Guglielminetti (1891-1968) nel 1919 diventerà suo cognato in seguito alle nozze con l'amata Celestina.
Ovvio che nel furore della battaglia gli austro-ungarici volessero far zittire le nostre mitragliatrici: cadono quindi anche soldati della Sezione di Edoardo come il caro Bertola e l’attendente Imbronio, soccorsi da lui con fraterna partecipazione, ma ovunque, siamo nel settore Dosso Faiti / Hermada, sono morti e feriti nell’indescrivibile susseguirsi di boati dei 305 (obice) e dei micidiali shrapnel, mentre i fanti vanno all’assalto alla baionetta: vera anticamera dell'altro mondo.
Il trentenne Edoardo è uomo di probità assoluta: mai proferisce parole d'odio. Identifica subito le persone e i superiori, li caratterizza senza acrimonia con qualche epiteto scherzoso come macaco, borioso o rodomonte; gli austriaci non sono sempre definiti “nemici”, bensì “avversari” da combattere lealmente e per i quali, accomunati dal destino di essere in guerra, prova anche compassione.
Si percepisce in Lui la persona colta: cita nel corso del suo memoriale personaggi e autori della grande storia del passato: Arnaldo da Brescia (1090-1155), Pico della Mirandola (1463-1494), Theodor Mommsen (1817-1903).
Religiosissimo, in ogni pagina ha parole di devozione intensa: la medaglietta della mamma, la visita alle chiese, alcune già crivellate dai proiettili, la confidenza con parroci e cappellani, la sofferenza per le mancate Messe in trincea, la mancanza di Sacramenti, lo strazio per i molti morti insepolti, quelli che poi saranno a decine di migliaia i “militi ignoti” del dopoguerra riposti nei sacrari.
E Giacomo Edoardo Cerutti nel suo scritto lascia, in più punti, una lezione valida sempre nel rapporto superiori / inferiori.
Uno dei segreti del buon ufficiale è questo: vivere sempre con i soldati e tenerli uniti; e altrove, sui tuoi soldati, su quelli che tu hai educato, istruiti e nutriti, puoi fare ben bene ogni affidamento, ma sugli aggregati, sugli avventizi, no.
[Alfredo Papale]