Bollettino Storico per la Provincia di Novara - CII (2011) II

«Dominus Crenna vere talentum historicum habet.»

di Sandro Callerio

Viene un momento (non sempre) nella ricerca in cui, come in un gioco di pazienza, tutti i pezzi cominciano a andare posto. Ma diversamente dal gioco di pazienza, dove i pezzi sono tutti a portata di mano e la figura da comporre è una sola (e quindi il controllo dell'esattezza delle mosse è immediato) nella ricerca i pezzi sono disponibili solo in parte e le figure che si possono comporre sono teoricamente più d'una. Infatti c'è sempre il rischio di usare, consapevolmente o meno, i pezzi del gioco di pazienza come blocchi di un gioco di costruzioni. Perciò, il fatto che tutto vada a posto è un indizio ambiguo: o si ha completamente ragione o si ha completamente torto. In questo ultimo caso si scambia per verifica esterna la selezione o la sollecitazione (più o meno deliberate) delle testimonianze, costrette a confermare i presupposti (più o meno espliciti) della ricerca. Il cane crede di mordere l'osso e invece si morde la coda.

Ci pare che questa premessa ben si adatti alla lettura dell'opera di Mario Crenna, direttore di questo Bollettino per quasi trent'anni, durante i quali erudizione e profonde competenze disciplinari in paleografia, archivistica, diritto canonico ed iconologia sono sempre state rivolte all'analisi degli eventi e dei documenti per la “costruzione” di un quadro capace di rendere evidenti i problemi e le tensioni implicite nell'oggetto dell'interesse dello studioso.

Scorrendo tra i titoli dei suoi saggi emerge chiaramente come gli interessi di Crenna siano stati trasversali alle epoche ed abbiano spaziato dalla Restaurazione, cui dedicò la “dissertatio ad lauream consequendam” in Storia della Chiesa, nel 1957, presso la Pontificia Università Gregoriana, dal titolo Il Concordato francese del 1817 secondo i documenti degli Archivi Vaticani, agli albori del Moderno, come testimoniato dagli studi sulla fiscalità novarese del XVI secolo, che gli valsero la Laurea in Storia presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Genova, ampi stralci dei quali sono apparsi sul nostro Bollettino. Non senza attraversare la feconda stagione della “microstoria”, di cui diamo testimonianza nel saggio 1628: processo per debiti di gioco ed altre male pratiche ad Intragna, che conclude questo Bollettino.
Grazie all'abbattimento delle rigide distinzioni tra storia economica, politica e culturale, con il porre al centro dell'analisi le relazioni tra individui all'interno di singole comunità, il fatto anomalo, l’avvenimento, piccolo o grande che sia, non perde la possibilità di essere inserito in un’ottica di maggior visuale e ci restituisce una rete di relazioni, una congiuntura, un sistema di credenze, un'identità di gruppo che trova nella forma della scrittura e nella narrazione la capacità di “dichiarare” la parzialità e la frammentarietà del punto di vista dello storico.

Uno degli esempi più eloquenti del “fare storia” di Crenna è rappresentato dal saggio Où Bayard a-t-il été inhumé? comparso su questo stesso Bollettino nel 2008. Si tratta di una lettura multidisciplinare, capace di ricostruire l'avvenimento nel suo carattere più unico e acuto e di restituire all'irruzione dell'evento il suo carattere dirompente, facendo a pezzi ciò che permetteva il consolante gioco dei riconoscimenti.
Riconoscere presuppone il già noto: l'unità della storia - il soggetto da riconoscere - si fonda sull'unità delle strutture su cui essa riposa, sull'unità dei suoi singoli elementi. Unità interpretativa che, come ulteriormente evidenziato nel successivo La “Cantina dei Santi” a Romagnano Sesia ovvero “il sito dei fraintendimenti” era ben distante dal raggiungere il proprio “pacificante” obiettivo.

La Redazione ha inteso con questo numero, nel quale sono raccolti i saggi pubblicati da Mario Crenna, precedentemente alla nomina a Direttore, offrire alla sua memoria ed all'attenzione dei lettori ulteriori esempi di quel rigore e quell'acutezza interpretativa che gli hanno permesso, nel corso dei trent'anni di direzione delle pubblicazioni, di confermare ed accrescere il prestigio scientifico ed il valore di riferimento culturale del Bollettino e della nostra associazione.

«Novara e Contado: lineamenti di storia per i secoli XVI e XVII»

già in Il Contado di Novara. Paesaggio e storia, catalogo della mostra documentaria dell’Archivio di Stato di Novara,
Novara 1977

Fu di sabato mattina, 29 marzo 1522. «Tota civitas Novar. depredata et depopulata est, et - ut vulgo dicitur - butata a sacomanno».
«Su la volta della chiesia in san julio, dove m'era ascoso, vedeva i soldati francesi intrare nelli monasterii da moniche et sentiva a dire che facevano mille violenze alle monache et che menavano fuori delli monasterii delle gentildonne seculari et io proprio ne vidi menar una che fu moglier de uno medico de Bagliotti quale era bella come uno angelo tutta scapigliata che li facevano mille oltraggi et si vide all'hora tanti morti per la città che era uno stupore»; «e so che fu preso il signor conte Filippo [Tornielli (ndr)] e che luij proprio amazzò il suo cavallo a ciò che non se ne servissero i francesi e ci presero scriture assai tra le altre cose e intesi anche che ne furono brugiate assai».

Risaie e rogge intorno alla cascina della Grampa, 1674

Questo l'incipit del saggio redatto in occasione della importante mostra documentaria allestita nel 1977 presso l'Archivio di Stato di Novara.
É sufficiente anche una pur rapida lettura di alcuni titoli dei paragrafi in cui lo studio é articolato per cogliere la ricchezza di stimoli e di suggestioni implicita nell'analisi: Paese di transito: guerre e soldati, La macina fiscale, Culture allo sbaraglio, Un popolo, due anime, Che cos'è la Città?, Che cos'è il Contado?...
Troppo facile la trasposizione nella contemporaneità dei temi ed altrettanto poco utile la considerazione che "le stesse cose ritornano".

Al contrario la conoscenza delle nostre "radici", benché lungi dal poterci indicare una direzione di marcia, costituisce base imprescindibile per la comprensione dei fenomeni e per l'indiviaduazione di tutti le fratture epistemologiche che determinano la discontinuità della storia.

«La campagna novarese: panoramica storica»

già in La bassa novarese, Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura, Novara 1981

Un modo di raccontare: tinteggiature e date.
L'esordio di questo importante studio esprime l'essenza dell'approccio storiografico, capace, in questo caso, di coniugare il rigore della ricerca documentale con uno stile narrativo capace di catturare l'attenzione di lettori non necessariamente familiari ai modi della ricerca storica e di suscitare quella curiosità che é alla base della capacità di far tesoro della "conoscenza".
Era già nell'aria, trent'anni prima della pace di Vienna (1738), che il Novarese, o tutto o in parte, dovesse finire assegnato a Casa Savoia, quale premeditato guiderdone al pendolarismo politico di quei duchi. Sarebbe per noi un revival rabbrividente - almeno quanto lo sono i fremiti destabilizzanti odierni - se ci cogliesse un discorso politico del seguente tenore:
«benché giusto e pio sia il Governo del Signor Duca di Savoia, pur non possono i popoli sentir senza lagrime che debbono perdere il vantaggio di esser sudditi del li Augustissimi Monarchi Austriaci, quando - per mantenersi sotto sì dolce Regno e per meritarsi il titolo di fedeli - hanno in ogni riscontro di guerre speso il proprio sangue e sagrificato ogni loro sostanza»
.

Novara 1722 - Corpi Santi - colture

Così si esprimono le Autorità novaresi in un dispaccio riservato del 1708, inoltrato alla Corte di Vienna, perché si sappia quanto poco sia gradito il ventilato disegno di gratificare il neo-re Vittorio Amedeo II - tardivo alleato però fortunato debellatore dei Francesi alla battaglia di Torino del 1706 - e ciò mediante dilatazione dello stato sabaudo a spese del Novarese e del Vigevanasco.

Come andò a finire, è raccontato perfino nei libri scolastici; poco o nulla invece sì sa che valga a suffragare l'attendibilità delle affermazioni politiche dei nostri trisavoli, ovvero che serva a sconfessare quel loro fiducioso peregrinare tra giustezze e dolcezze amministrative d'altri tempi…

Eppure oggi va di moda dissertare di «territorio» con apparato di accezioni complesse ed esaustive; non è comunque il caso di rifare il verso agli addetti ai lavori.

Piuttosto, proviamoci una buona volta a rivitalizzare con la dinamica dell'intelligibile quella specie di substrato liofilizzato - che definiamo storia - residuo delle tante cose fatte proprie dall'uomo, appunto perché da lui compenetrate con intelligente elaborazione…
Va da sé, che occorre stare rigorosamente alla regola-base del gioco: paziente ed umile obiettività. Iniziamo utilizzando - anche in funzione di termini approssimativamente cronologici - alcune testimonianze selezionate, onde picchettare l'ambito e le quote della nostra lettura storica...

«Viticoltura novarese: arte secolare»

già in «Novara, notiziario economico della CCIAA di Novara» 1979, n° 3

Non v'è traccia nei fasti della vita cittadina né memoria presso la Chiesa Novarese; eppure dovette esser movimentato quel giorno dell'Assunta del Ferragosto 1531.
Il Magnifico e Reverendissimo Episcopo Angiolo Maria Arcimboldo, figlio di altrettanto Magnifici Milanesi, prendeva possesso della Sede Novarese, partecipante il duca Francesco Maria Sforza con Corte e Senatori, al cospetto del Legato Pontificio, del Protonotario Apostolico, dell'astro nascente Mons. Morozzo, di Mons. Stampa, del Vescovo di Firenze, di Bossio Sforza, di Gio Paolo Lona, del «sescalco et di Gentiluomini cossi fora de arollo quanto in derollo».

«Un grand affaire», se dalla sera del 14 alla smobilitazione del 16 agosto mattina i cavalli pasturarono 70 sacchi di avena, ed ai convitati furono dispensati sacchi 18 staia 2 e mina 1 di frumento panificato, con aggiunti 13 vitelli, 103 libbre di carne di manzo, 5 capretti, 44 tra «lepori e donelli», 84 capponi, 320 pollastri, 306 «pipioni», 110 «anadrotti et paveri», 36 tra fagiani fagianotti «et parnigoni», 11 pavoni, 85 quaglie, 128 libbre di carne salata (lingue salmistrate, carne cruda salata e cervellato fresco e stagionato), 394 libbre di pesci «inguille trutte et temori», 25 tra formaggi e robiole, 910 uova il tutto condito con svariate libbre di lardo, burro, «zenzero et pepe in polvere e longo, canella, galinga, garoffoli, macis e noce moscata», con un dessert di confettura d'anice, limoni, arance, pesche, pere e 212 meloni… I pezzi in peltro per i coperti furono 850, 4 i cuochi milanesi e il protrarsi notturno delle mense fu servito da 16 torce, 25 candelotti di cera bianca, 4 «marzapani» e svariate candele di sego per la servitù.

Torchio in palazzo Tornielli a Sizzano

La lista dei vini è un tocco squisito: alle scorte di casa, comprendenti 5 brente di vernaccia, 6 brente di vino di Pombia vermiglio, 3 brente di vino di Fara, s'aggiunsero «un vasello» di 8 br. munifico dono dei venerandi Canonici, un altro di 6 br. omaggiato dalla Magnifica Comunità, 2 «botali» per complessive br. 12 offerte dal sig. Battisa Vespolato, altri 2 «vasi» per br. 13½ condotti da Fara da Messer Guala, ancora un paio di vasi per 12 brente da Soriso, 4 brente da Romagnano, altre sei graziosamente offerte dalle Monache di Sant'Agostino e da due preti.

Un raffinato bouquet di 81 brente, «qual tutto a la partita della Corte si trovò dispensato, che fu adì aug. 1531. in mane»...

«Quando si dice: Novara Città- forte»

già in «Novara...» 1982, n° 2

pianta della città di Novara [conservata presso l'Archivio di Stato di Torino]

Novarese verace, senza dubbio, non ci suona familiare; eppure i vocaboli del tipo “genuino autentico” e simili non giungono ad esprimere lo smalto semantico né la calibratura topica occorrenti per insignire di “verace” cittadinanza novarese chi abbia avuto i natali entro il perimetro d'la cünèta.
Può darsi che lo si ignori; ma - senza offesa - va ravvisata una specie di eccellente recinzione razziale in quel circuito (della cunetta) descritto di lunghezza trabucchi 1200, con regolare deflusso di acque per 195 trabucchi di fossato, mentre per altri 155 è tutta una fetenzia da porta Milano alla diga di San Lorenzo.

L'afferma in una perizia rassegnata a Sua Maestà Sabauda, il signor Castellani-Tettoni in data 4 novembre 1754: è il grosso problema igienico-sanitario che ha fatto tremare i polsi a parecchi amministratori decurionali ad ogni ricorrente epidemia pestilenziale dei secoli andati. Lo Stato di Milano ha voluto recingere la città di Novara di «muraglie grosse, terrapieni, trinciere e fosse, di dentro e di fuori guardata da Beluardi e dal Castello… inespugnabili!» dapprima nel 1552 avvalendosi della strategia ingenieristica del Cavalier Paolo Cicogna e più tardi, con il Conte De Fuentes «desolandola in gran parte di quelle antiche muraglie, spianati terrapieni e baluardi, per allargarla con nuovi baluardi e cortine perché fosse una vera fortezza»...

«“Da mandrita a reussir fora de Novara...” in ricognizione entro un borgo cittadino»

già in «Novara...» 1982, n° 4

Se il cocktail è una sapiente mistura al cui confronto la spremuta gode fama di pozione innocente, un racconto storico confezionato a base di cocktail o di spremiture di nozioni universali, pur godendo di un certo sapore indiziario, riesce quasi sempre stucchevolmente insipido.
Questa premessa è d'obbligo, perché ci sia consentito di aprire - passabilmente - con un abbozzo generico, in assenza di dati storici più pertinenti.

Civitati Novaria [dal cartiglio di una incisione conservata nell'archivio Cimmino-Gibellini]

Col decadere dell'apparato romano politico-militare-economico, il Municipio di Novara, alla pari di altri centri periferici, avrà sicuramente dovuto sottostare alla conseguente profonda crisi,

divelta nella tracia polve
giacque mina immensa
l'italica virtute.

La città si è ritratta entro la cerchia muraria, forse non così vulnerata nelle strutture edilizie come vorrebbero certi catastrofismi di maniera, quanto piuttosto nella propria forza aggregante, cambiata - per così dire - di segno: al fascino della civilitas urbana s'è sostituito un diffuso senso d'insicurezza; il calpestio de' barbari cavalli sospinge la popolazione rurale a contrarsi sulla città-rifugio, verso la quale, dato lo scadimento di altre direttrici commerciali, viene forzatamente a gravitare la vita economica del circondario. La città mantiene una funzione topograficamente centrata entro un particellare particolarismo locale, uno tra i tanti nei quali si è scomposto, degradandosi, il sistema unitario romano.

«1628: processo per debiti di gioco ed altre male pratiche ad Intragna»

già in «Novara...» 1989, n° 6

Questo racconto è forse prolisso. Ma non vorrebbe essere classificato né come serial né come fiction (per snobbare il nostro bel linguaggio!): è piuttosto una cronaca alquanto minuziosa, ammesso che fra i lettori esistano i buongustai delle cose patinate dal tempo.
Per soddisfare una più generale curiosità, diciamo che il rev. Gattone, tutto sommato, seppe cavarsela assai bene: una salata multa per quel suo viziacelo di giocare alle carte e per il non apprezzato suo debole. Fu prosciolto con formula piena dagli altri capi d'imputazione relativi alle cere sottratte, ai credenzoni rotti, al tetto sconquassato, all'usurpazione di beni beneficiali. Fu anche traslocato un poco più in là, a Miazzina, rettore di quella chiesa dedicata a S. Lucia… che gli conservasse la vista rivolta, anziché alle brutture di quaggiù, ai beni di Lassù!

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